QUINTO GHERMANDI

AUTOBIOGRAFIA


Il mio mestiere è fare lo scultore. Non so fare altro e non ho mai desiderato fare altro. Se provo a risalire nel tempo, alla ricerca di come nasce questa mia passione, ritrovo me stesso bambino che pasticcio con la terra. Ecco il luogo preferito dei miei giochi: è una fornace di mattoni poco distante da casa, dove posso trovare montagne di argilla con cui fare mille oggetti: burattini, "ocarine di Budrio", soldatini e tante altre cose. Lavoro, continuamente e con l’assiduità di questo giuoco la mia perizia cresce di giorno in giorno. Presto qualcuno comincerà a dire che ho del talento e che un giorno questo giuoco potrò farlo per mestiere. Così sentendomelo ripetere, me ne convinco anch’io: ho poco più di otto anni, ma ormai penso seriamente che da grande farò lo scultore, che farò i monumenti, come quello che ho visto inaugurare in paese e che mi ha tanto suggestionato. Finisco infatti al Liceo Artistico, a disegnare ornati barocchi, e poi all’Accademia, a fare statue in creta con la modella in posa. Questi dell’Accademia sono gli anni che precedono la guerra. Anni di entusiasmi, di progetti, ma con tante idee confuse nella testa. Partecipo ai littoriali dell’arte e della cultura e per anni mi convinco che la scultura non possa andare oltre le possibilità espresse da Martini, se non addirittura da Rodin. Non conosco le avanguardie, eppure le notizie non mancano. Dei lavori di quegli anni poco mi è rimasto, giusto un paio di teste modellate: quella di mia madre e quella di mio padre. Oltre alla scultura recito in teatro. I miei ruoli preferiti sono quelli comici e le mie macchiette riscuotono successo. Qualcuno ancora adesso le ricorda. Poi scoppia la guerra. Improvvisamente sono strappato via dalla mia casa, dal mio lavoro. Mi ritrovo bersagliere a combattere in Albania e in Grecia. Vedo l’Acropoli di Atene. Meravigliosa. Ma questo incanto è troppo poco per compensare il logoramento di una guerra di pioggia e fango. Per sfuggirne vado paracadutista in Africa settentrionale. A El Alamein, durante la battaglia, vengo catturato dagli inglesi. Sarà una lunga prigionia: quattro anni in Egitto, quattro anni di deserto e di reticolati. Molte cose mi si imprimono. Ricordo le piramidi illuminarsi di rosso un mattino all’alba, al primo raggio di sole. Ma ricordo anche i miei primi approcci, attraverso le riviste inglesi, con i lavori di Picasso e Moore. Quanta rabbia ritrovarmi prigioniero, inattivo, mentre tutto questo accade in arte. Finita la guerra mi ritrovo pieno di spaesamento e senza idee precise. Debbo ricominciare tutto capo. Decido di lasciarmi andare un poco al caso: quel che salterà fuori, salterà fuori. Produco allora certe piccole sculture di sapore un po’ grottesco, fra le quali un piccolo ritratto di Morandi e un cavallo con cavaliere intitolato “Il condottiero”. Giunge l’anno ‘50. Si chiude un altro decennio ed io ancora brancolo nel buio alla ricerca disperata di una soluzione espressiva o materiale che mi soddisfi a fondo. Attorno al ‘55, dopo un breve tentativo con la ceramica (vinco un premio a Faenza), credo finalmente di aver trovato il giusto mezzo materiale per realizzare certe idee che mi frullano per la testa: il ferro saldato. Nascono belle sculture eppure qualche cosa non va ancora. Una latente insoddisfazione non mi rende tranquillo. Ma ecco che, improvvisamente, l’incontro con uno strano personaggio di nome Giona cambia la mia vita di scultore. Giona è un fanatico neo-collezionista. Vuole una mia scultura, ma la vuole in bronzo. E’ la rivelazione. Questa materia, inaspettatamente, mi è profondamente congeniale.... E' la mia materia. Comincia così la storia del bronzo. Bronzo che vuol dire cera, che vuol dire fonderia. Fonderia che vuol dire lavoro in grandi spazi, in mezzo al fragore esaltante delle macchine, allo sfavillio dei forni. Nascono sculture nuove, prima eseguite in cera e poi subito passate alla fusione. Grandi foglie alzate al centro di uno stanzone, con tutti gli operai attorno a darmi una mano, a sostenere, a puntellare. Poi fonderia vuol dire incontrare e conoscere scultori di mezzo mondo, ma vuol anche dire prendere il treno ogni mattina, incessantemente, Bologna-Verona, Verona-Bologna. Grande fatica, qualche delusione, ma nessuna incertezza. Giunge il 1959, l'anno della scatola a sorpresa: vinco il premio internazionale del Bronzetto e sono invitato alla XXX° Biennale di Venezia, che si svolgerà l'anno dopo. Sarà la cosiddetta Biennale dell'informale. Espongo 20 bronzi in sala personale: foglie, ali e voli. Tutto venduto. Il museo di San Paolo del Brasile acquista un grande bronzo. Un successo. Quanta emozione! Di notte il cuore corre e non mi lascia dormire. Sono finalmente uscito dall'anonimato. Poi a ritmo continuo si susseguono le mostre: VI° biennale di San Paolo del Brasile, Stoccolma, Biennale in plein-aire di Anversa, Rome-New York Art Foundation di Roma. Il lavoro in fonderia continua incessantemente, quasi frenteico. Sculture a getto continuo. Nascono "Personaggio X", "Monumento del volo", "Figura quinta","L'eclisse", "Delta-Phoenix". Nuove sculture e sempre ancora nuove mostre, in tutto il mondo. Nel '63 vivo un momento di incertezza e il mio lavoro per un attimo si ferma. Sarà il museo egizio di Torino a suggerirmi una nuova soluzione: la frontalità, ecco la Scultura! Nascono così "Pepete a piombo", "Il Miro e la Goccia", "Teodoro Jonico" e "Giselda e Timoteo". Tutte sculture con un punto di vista privilegiato, frontali insomma. Nel '64, con questi miei lavori, espongo al Documenta III di Kassel e poi, nel '66, di nuovo alla Biennale di Venezia, la XXXIII°. E arriva infine il '69, un anno intenso. Si conclude un decennio e termina anche un ciclo della mia vita di scultore. E' l'anno di "Largo gesto per un massimo spazio", una scultura completa, di quelle che saltano fuori solo poche volte. Con questo "gesto", ampio quanto il giro delle braccia, abbandono per sempre l'oggetto-forma per entrare nell'oggetto-spazio, lo spazio di un giardino coltivato d'argento. Sono "Trilberi", "Cuccalberi", "Pomero", ecc. i protagonisti dei miei anni settanta. Sculture esilissime, composte spesso a fogli sovrapposti, come improbabili teatrini. Oggetti che non occupano lo spazio, ma che lo contengono. Magici giardini, cristallizzati nel bronzo argentato. Poi giunge all'improvviso un bisogno quasi metabolico di cambiare materiale: è la volta del legno. E' un tentativo fatto tanto per provare, quasi un capriccio. Ripeto in legno rosso di paduca il gruppo "Giselda e Timoteo" e poi ancora qualche altro pezzo, di cui però modifico le dimensioni e che ricopro in lacca. Sempre negli anni settanta compio un altro esperimento: si tratta di un breve ritorno al ferro. La vicinanza di un fabbro veronese mi fa tornare vecchie suggestioni di fucina e fiamma ossidrica. Ne nasce "Segno rosso per sottolineare le idee campate in aria". E' una scultura spregiudicata, completamente diversa dalle altre. Si compone di vari pezzi staccati, che vanno poi connessi in forma di segno idealizzato, lungo un percorso tortuoso, che penetra lo spazio e lo coinvolge. E' una scultura spazio-ambiente. Non occupa lo spazio, né più lo contiene. Lo crea. Al marmo non sono ancora arrivato, forse non ci arriverò mai. Non mi suggerisce nulla, non mi è mai stato congeniale. Troppo pesante, poi mi richiama alla statuaria: roba da girarci attorno, mentre io alle cose ci sto di fronte. Voglio vederle contro il cielo, appena sopra l'orizzonte, come momento del volo. Questo è il mio modo di vedere la scultura, anche se in realtà una idea molto precisa non ce l'ho. La mia ricerca espressiva non è mai stata sistematica, tanto meno si è mai avvalsa di puntelli teorici. Essa si è invece sempre svolta empiricamente, nutrita da improvvisi e casuali spunti, quasi rivelazioni. Ma il problema non è fare la scultura. Il problema è collocarla. Provo sempre un senso di sgomento nel vedere un mio lavoro posto in un museo quasi fosse il reperto archeologico di un fenomeno vivente. Credo in una scultura "funzionale", cioè che faccia parte dell'ambiente in cui si vive, che ne determini i tracciati, ne "commenti" il sussistere. Su questa linea di pensiero, sempre negli anni settanta, ho realizzato alcune opere pubbliche che mi hanno dato l'opportunità di esperimentare in grande scala le mie tematiche formali e le mie idee circa lo spazio . Cito la grande fontana all'Ospedale Sant'Orsola di Bologna; un grande "Momento del volo" a Brescia, nei giardini di via Magenta; le grandi foglie della "bilancia" a Forlì, davanti al Palazzo di Giustizia. Molte mie sculture sono collocate in giro per il mondo, dal nord al sud d'America, dall'Asia all'Europa. Ma soprattutto molte sono in Scandinavia, dove ho esposto nei maggiori centri. Da qualche tempo non vado più a lavorare in fonderia. Andare avanti e indietro fra Bologna e Verona mi è molto faticoso. Mi stanca l'autostrada, mi annoia il treno. E' un momento di ripensamenti, forse di nostalgie. Lascio fare capolino a quella vena satirica che mi porto dietro da sempre, fin da quando ero bambino. Pasticcio con la creta e faccio pupazzetti caricaturali. E ancora una volta è il materico piacere della terra che muove il mio fare. Il piacere intenso e spensierato di affondare le mani nell'argilla, di arrotolare, di comprimere. Quel piacere che tanto tempo fa provavo, poco distante da casa mia, alla fornace di mattoni. Sono nato nel 1916, negli anni '10 quindi. Eppure la mia vicenda di scultore appartiene alla generazione successiva. Gli incontri, gli scambi di pensiero, le occasioni di lavoro, tutto è avvenuto un po' in ritardo. Potrei trovare una spiegazione a questo nella guerra e in tutti gli altri eventi che si sono succeduti. Preferisco tuttavia pensare la maturazione, quindi la vecchiaia, siano per me processi dal funzionamento lento. Mi sveglio ogni mattina e penso al giorno precedente. Invece è passato più di mezzo secolo

QUINTO GHERMANDI