QUINTO GHERMANDI

E’ IN VIAGGIO


Se n’è andato una mattina di gennaio mentre tornavo in auto da Forlì. Stava male già da tempo, inchiodato a letto da una malattia crudele, cosicché cercavo di curarmi un po’ dei suoi affari di lavoro, innanzitutto la realizzazione delle fontane. Era proprio per le fontane che quel mattino ero andato a Forli, al Consorzio Acque, per sollecitare la prosecuzione dei lavori che misteriosamente, kafkianamente, non proseguivano mai. E mio padre ne soffriva, più di quanto soffrisse della malattia. Se n’è andato via senza vedere l’opera conclusa, quell’opera che non si è conclusa mai. Rimini e Forlì, città soddisfatte e indifferenti, non avranno il privilegio che Cesena, Faenza, Lugo, Ravenna si sono prese. Non vedranno il chiarore di quelle piramidi silenti, gentili, gioielli d’ermetica perfezione che mio padre considerava - come presago della fine - il proprio canto del cigno. Se le portava nel cuore da sempre, ma erano come una parola magica che resta sulla punta della lingua, come un’intuizione che gioca a rimpiattino con l’anima. Fu all’indomani della cattura, dopo la grande battaglia nel deserto, che le vide per la prima volta rosseggiare laggiù, sopra l’orizzonte, alle porte del Cairo. Mi raccontava che restò come rapito, gli occhi sbarrati, le mani aggrappate al filo spinato. Di tanto in tanto, nel corso del tempo, quella visione riappariva sottoforma di fuggevoli cristallizzazioni triangolari nel marasma informale della sua scultura. Penso particolarmente al Giardino del re Sole, rimasto proprietà della famiglia. Era come se cercasse un ordine, una misura, una dirittura; come se volesse porre un limite - o dare un senso compiuto, definitivo - alla sua trabocchevole creatività. Così era la sua scultura, così la sua vita. Era eccessivo, impulsivo, terribilmente disordinato, talvolta egocentrico, eppure sensibile, ragionevole, costante, incrollabilmente fedele e straordinariamente generoso. Sapeva farsi amare, ed era impossibile dimenticarsi di lui. Come padre, non c’è dubbio, è stato un pasticcione, ma ci ha insegnato a perseguire l’onestà, la tolleranza, la giustizia e a modellare la creta. Vorrei poter dare altrettanto a mio figlio. Quando è morto, mi sono rifiutato di vedere la sua salma: volevo ricordarmelo vivo. Così non ho ancora coscienza della sua scomparsa. Né io né mia sorella Francesca. E ogni tanto ce lo diciamo: non è morto, è in viaggio. Sicuramente è da qualche parte. Forse sta scalando una piramide.

Martino Ghermandi