Partì dal basso, la mano di Quinto Ghermandi nel cortile di Palazzo Isolani, dove abitavamo in due appartamenti quasi sovrapposti , là, in cima a una meravigliosa ellissi di mattoni, una delle più belle scale del Settecento. La mano partì dal basso, le pupille sfavillarono dietro agli occhialini d’oro calati sul naso, e il braccio, proteso in tutta la sua lunghezza, tracciò un grande segno nell’aria. Quinto disse: “Voglio fare una scultura così. Avrà per titolo Per un largo gesto della mano”.
Io che conoscevo il senso dionisiaco, quasi erotico, di quegli occhi (era strettamente riservato ai momenti in cui Ghermandi parlava d’arte, segnatamente di scultura), cominciai ad aspettare il risultato definitivo, sapendo che sarebbe stato uno dei grandi raggiungimenti della scultura nella seconda metà del XX secolo. Ed è curioso, commovente, mirabile come in quella massa di bronzo volatile ci sia proprio tutto Ghermandi: tradizione e modernità. Tradizione perché solo l’acume spietato di un antica salacia bolognese (Bertoldo infinitamente nobilitato, perché nulla accade a caso) può spiegare la volontà di dedicare una scultura al gesto avvocatizio che i balanzoni emiliani profondono nelle loro discussioni. E tradizione - in più - perché in quella massa plastica, che si muove per rincalzi furibondi di materia nello spazio, c’è non solo la sapienza artigianale di chi ha imparato a fare scultura con le proprie mani, ma anche l’eco antichissima di chi ha imparato a far muovere la materia, si chiami Antelami, Giovanni Pisano o Donatello.
E c’è modernità, in quella scultura, perché Ghermandi era fra i pochissimi ad aver capito l’essenziale: il passato vive nel presente, ma il presente è così, volatile, un gesto, un attimo, che solo l’arte può rendere magico, durevole e profondo: tanto profondo da protrarre nel tempo la sua consapevole caducità.
Quella memorabile invenzione plastica, il Largo gesto per un massimo spazio (alla fine si chiamò così), tradirà per sempre le due anime che l’hanno concepita e costruita: l’immenso, antico respiro ellittico della materia che diventa volo e spazio (proprio quello della scala di Palazzo Isolani su cui ci incontravamo ogni giorno), e l’attimo fuggente che diventa scultura, materia, senza cessare di essere happening.
La grandezza di Quinto Ghermandi scultore (davvero uno dei grandi nella seconda metà del secolo), è tutta lì. Se ne accorgerà il visitatore della benemerita rassegna di Crevalcore. Lo capirà d’istinto, perché vedrà la mano e la mente del maestro evolvere dal formidabile intimismo artigianale dei ritratti del tempo di guerra all’arguzia psicologicamente implacabile del dopoguerra (memorabile il Ritratto di Giorgio Morandi, 1949). Poi capirà il dramma dell’artista negli anni Cinquanta, allorquando lotta palesemente con la cultura informale al fine di cavare sempre dalla forma un’immagine “costruita”, ancorché fitomorfica e ungulata. Finché non lo vedrà sbocciare a piena e duratura felicità negli Anni Settanta, in un gioco finissimo e potente che coinvolge tutti, Mantegna, Pisanello, Giacometti: il gioco della sapienza, del genio plastico e del virtuosismo, in cui Ghermandi trovava - con austero, insaziabile humour - il capriccio della sua grandezza.
Flavio Caroli